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kant e la musica
Le Teorie Musicali del XVIII Secolo di Fronte al Paradosso dell’Universalità Soggettiva: Un’Analisi Comparata
Introduzione: Il Paradosso del Giudizio Estetico in Musica
Nel suo celebre saggio del 1757, “Of the Standard of Taste”, il filosofo David Hume articola un paradosso fondamentale che sta al cuore dell’esperienza estetica: il paradosso dell’universalità soggettiva. Da un lato, i nostri giudizi di gusto sono intrinsecamente basati sul sentimento, su una risposta personale e affettiva che sembra relegarli alla sfera della mera preferenza individuale. Dall’altro, quando affermiamo che un’opera è “bella”, ci comportiamo come se stessimo formulando un giudizio cognitivo e impersonale, pretendendo che anche gli altri debbano concordare con la nostra valutazione. Questa tensione tra la natura sentimentale dell’estetica e la sua pretesa di validità universale costituisce una delle sfide centrali per ogni teoria dell’arte.
Il presente saggio si propone di analizzare e confrontare criticamente le tre principali risposte a questo paradosso fornite dal pensiero estetico del XVIII secolo, seguendo la rigorosa ricostruzione critica di Oliver Thorndike. Esamineremo la teoria dell’eccitazione (Arousal Theory), il razionalismo estetico (o formalismo) e, infine, la complessa teoria delle idee estetiche di Immanuel Kant. Lo scopo è valutare i rispettivi punti di forza e di debolezza di ciascun approccio, con un’attenzione specifica alla loro applicabilità all’arte della musica, un campo in cui il paradosso si manifesta con particolare intensità, svelando come le conclusioni di Kant siano dettate non tanto dalla natura della musica, quanto dalle esigenze del suo più vasto sistema filosofico.
La struttura di questa analisi seguirà un percorso logico. Inizieremo esaminando la teoria dell’eccitazione, che privilegia il contenuto emotivo soggettivo. Successivamente, ci rivolgeremo al suo opposto, il razionalismo, che cerca un fondamento universale nella forma oggettiva. Infine, analizzeremo il tentativo di sintesi di Kant, valutando criticamente perché la sua soluzione, pur essendo la più sofisticata, incontra difficoltà decisive proprio quando si confronta con la musica assoluta, rivelando le profonde implicazioni della sua filosofia trascendentale.
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1. La Teoria dell’Eccitazione: La Priorità dell’Affetto Soggettivo
La teoria dell’eccitazione rappresenta il primo grande tentativo sistematico del XVIII secolo di dare conto del potere unico della musica. La sua importanza strategica risiede nel concentrarsi interamente sulla dimensione emotiva e soggettiva dell’esperienza estetica. Anziché cercare principi astratti, questa teoria radica il valore della musica nel suo impatto più diretto e innegabile: la sua capacità di suscitare passioni e muovere l’animo dell’ascoltatore.
1.1. Meccanismo e Definizione
Nella §53 della Critica della facoltà di Giudizio, Kant delinea con precisione il meccanismo su cui si fonda questa teoria. Secondo questa visione, la musica agisce come una “lingua degli affetti” attraverso una catena associativa ben definita:
- Associazione Tono-Senso: Ogni espressione nel linguaggio parlato possiede un tono che è intrinsecamente adeguato al suo significato.
- Designazione dell’Affetto: Questo tono non è neutro, ma designa un affetto specifico del parlante (gioia, tristezza, rabbia, etc.).
- Imitazione Musicale: L’arte della musica imita l’intonazione e la modulazione della voce umana impegnata nell’espressione di tali affetti.
- Eccitazione della Passione: Attraverso questa imitazione, la musica riesce a eccitare nell’ascoltatore la passione che è comunemente associata a quel particolare tono vocale.
- Conclusione: Di conseguenza, la musica non è altro che un linguaggio universale delle passioni, capace di comunicare emozioni direttamente da animo ad animo.
1.2. Punto di Forza – La Spiegazione del Contenuto Emotivo
Il principale punto di forza di questo approccio è la sua capacità di spiegare in modo intuitivo e convincente il “fascino e il movimento dell’animo” (Reiz und Bewegung des Gemüts) che la musica produce. Radicando il piacere musicale in un’esperienza emotiva diretta, riconoscibile e profondamente umana, la teoria dell’eccitazione offre una giustificazione potente per il valore che attribuiamo alla musica. Essa non è un mero esercizio intellettuale, ma un’arte che tocca le corde più profonde della nostra vita affettiva.
1.3. Punto di Debolezza – Il Fallimento dell’Universalità
Nonostante la sua forza esplicativa sul piano emotivo, la teoria dell’eccitazione fallisce proprio nel punto cruciale: non riesce a fondare la pretesa di universalità del giudizio di gusto. Kant la rigetta come base per un autentico giudizio estetico, poiché essa si basa su associazioni empiriche e contingenti. La sua critica si articola attraverso una serie di contrapposizioni terminologiche nette:
- “Fascino” (Reiz) vs. “Bellezza” (Schönheit): Il fascino è legato a una sensazione soggettiva e materiale, un piacere dei sensi che gratifica. La bellezza, al contrario, deriva da una riflessione sulla pura forma dell’oggetto.
- “Piacere” (Genuss) vs. “Cultura” (Kultur): Il piacere sensoriale è transitorio e non “lascia dietro di sé qualcosa per la riflessione”. La cultura, invece, è legata a un’esperienza che arricchisce l’animo in modo duraturo.
- “Associazione meccanica” vs. “Libero diletto”: L’emozione suscitata dalla musica, secondo questa teoria, è il prodotto di un’associazione meccanica, basata sull’abitudine. Un vero giudizio di gusto, invece, deve scaturire da un libero diletto, indipendente da tali condizionamenti empirici.
Questo rifiuto è profondamente radicato nel quadro filosofico kantiano: per Kant, il fascino e l’emozione appartengono alla “materia” della sensazione, che è per sua natura empirica, privata e quindi non universalizzabile. Un autentico giudizio di bellezza deve invece fondarsi sulla “forma”, l’unico elemento che può essere comunicato universalmente.
La critica kantiana presenta parallelismi così “sorprendenti” con il pensiero di Francis Hutcheson che la sua sintesi, come nota Thorndike, “potrebbe provenire direttamente” da lui. Hutcheson, infatti, distingue tra una “bellezza relativa o comparata”, derivante da associazioni contingenti (proprio come quelle tra una melodia e una passione), e una “bellezza assoluta o originale”, fondata su una percezione universale dell’armonia. Per entrambi i filosofi, la teoria dell’eccitazione viene relegata a una forma di piacere secondaria, incapace di sostenere la pretesa di validità universale che caratterizza un autentico giudizio di bellezza. In reazione ai limiti di un soggettivismo così radicale, il pensiero estetico si è naturalmente rivolto all’estremo opposto: la ricerca di un fondamento oggettivo nella forma.
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2. Il Razionalismo Estetico (Formalismo): La Ricerca di un Fondamento Universale
In antitesi diretta alla teoria dell’eccitazione, il razionalismo estetico, o formalismo, emerge come il principale tentativo di fondare il giudizio di gusto su basi oggettive e inconfutabili. La sua importanza strategica consiste nel localizzare la fonte del piacere estetico non nel sentimento soggettivo e variabile dell’ascoltatore, ma nella struttura matematica e razionale intrinseca alla musica stessa. In questo modo, l’universalità del giudizio di bellezza sembrava finalmente garantita.
2.1. Fondamento e Definizione
Pensatori come Leibniz ed Euler sono i principali esponenti di questa visione. Secondo il razionalismo estetico, il piacere che proviamo ascoltando la musica deriva dalla percezione, spesso inconscia, della sua struttura armoniosa e delle proporzioni matematiche che governano le relazioni tra i suoni. La consonanza di un’ottava (rapporto 1:2) o di una quinta (che, nella discussione di Euler citata da Kant, sta in rapporto di 1:3 con l’ottava) non è piacevole per una convenzione arbitraria, ma perché la sua semplice e ordinata struttura facilita un'”apprensione senza sforzo” da parte delle nostre facoltà cognitive. La bellezza, quindi, non è altro che la percezione di un ordine razionale nel sensibile.
2.2. Punto di Forza – La Garanzia dell’Universalità
Questa teoria risolve brillantemente il problema dell’universalità. Basando il giudizio sulla “forma matematica” della musica, il piacere estetico viene ancorato alle “leggi della sensibilità” e alle “forme della cognizione umana”. Poiché si può ragionevolmente presupporre che queste facoltà siano strutturate allo stesso modo in ogni individuo, anche il piacere che ne deriva deve essere universalmente condivisibile. Come afferma lo stesso Kant, riconoscendo la forza di questo approccio, “solo in base ad essa [la forma matematica] il gusto può arrogarsi il diritto di pronunciare in anticipo sul giudizio di ognuno”. L’universalità non è più una pretesa soggettiva, ma una conseguenza necessaria della nostra comune architettura cognitiva.
2.3. Punto di Debolezza – La Perdita del Contenuto Soggettivo
Tuttavia, il prezzo pagato per questa universalità oggettiva è altissimo: la perdita totale del contenuto affettivo che costituisce il cuore dell’esperienza musicale. Kant stesso ne evidenzia il fallimento con una frase lapidaria: “Ma al fascino e al movimento dell’animo che la musica produce, la matematica non partecipa minimamente”. Un approccio puramente formalista, pur garantendo l’universalità, svuota la musica della sua essenza. Come chiarisce Thorndike, è cruciale comprendere che, quando Kant discute delle proprietà matematiche dei suoni, egli pensa spesso alla musica non come a una delle belle arti, ma come a una delle sette arti liberali, ossia una branca del sapere teorico. Questa prospettiva spiega perché egli possa considerare tale teoria valida sul piano cognitivo, ma del tutto inadeguata a rendere conto della vasta gamma di emozioni—dalla gioia più incontenibile alla malinconia più profonda—che la musica, come arte bella, è in grado di evocare.
Le due teorie standard del XVIII secolo si rivelano così soluzioni parziali e mutuamente esclusive. La teoria dell’eccitazione offre la soggettività senza l’universalità; il razionalismo offre l’universalità senza la soggettività. Il paradosso di Hume rimane irrisolto, preparando il terreno per il monumentale tentativo di sintesi operato da Immanuel Kant.
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3. La Soluzione di Kant: Idee Estetiche e Libero Gioco delle Facoltà
La teoria estetica di Kant rappresenta il tentativo più sofisticato e complesso del XVIII secolo di risolvere il paradosso dell’universalità soggettiva. La sua importanza strategica risiede nel suo radicale superamento della dicotomia tra emozione soggettiva (teoria dell’eccitazione) e forma oggettiva (razionalismo). Kant sposta il fondamento del giudizio estetico dall’oggetto o dal sentimento a un processo interiore: l’attività stessa delle facoltà conoscitive umane in un particolare stato di armonia, dettato dalle esigenze del suo sistema trascendentale.
3.1. Il Meccanismo del “Libero Gioco”
Al centro della soluzione kantiana vi è la nozione di “libero gioco” tra immaginazione e intelletto. Quando percepiamo un oggetto bello, queste due facoltà, che normalmente cooperano per produrre conoscenza determinata, entrano in un’interazione armoniosa ma non finalizzata a un concetto specifico. L’immaginazione è libera di comporre il molteplice sensoriale, e l’intelletto ne coglie l’unità formale senza però ricondurla a una categoria definita. Il piacere estetico, secondo Kant, è la coscienza stessa di questa armonia, di questo stato di vivificazione delle nostre facoltà cognitive. Tale piacere non è legato né al godimento sensoriale né a un concetto determinato, ma a una “mera riflessione” sulle condizioni soggettive della conoscenza in generale. Poiché queste condizioni possono essere presupposte in tutti gli esseri umani, il piacere che ne deriva può legittimamente pretendere validità universale.
3.2. Il Ruolo Iniziatore delle “Idee Estetiche”
Ma cosa innesca questo “libero gioco”? Per quanto riguarda le belle arti, la risposta di Kant è: “la esibizione di idee estetiche”. Un’idea estetica è una rappresentazione dell’immaginazione, associata a un concetto dato, che però “fa pensare molto” e suscita una tale ricchezza di rappresentazioni e sentimenti parziali che nessun concetto determinato può esaurirla. Kant illustra questo meccanismo con l’esempio di un poeta che scrive: “Il sole si diffondeva, come la serenità si diffonde dalla virtù”. Qui, il concetto di “virtù” viene associato a un’immagine che scatena nell’animo una moltitudine di sentimenti sublimi e pacificanti e la visione di un futuro felice, un contenuto che va ben oltre qualsiasi definizione logica. L’idea estetica, quindi, anima le facoltà cognitive e dà inizio al libero gioco.
3.3. L’Applicazione alla Musica e il Suo Fallimento
È proprio a questo punto che la potente macchina teorica kantiana, secondo la ricostruzione di Thorndike, si inceppa di fronte alla musica assoluta. L’intero sistema delle idee estetiche sembra fallire quando applicato a un’arte che, per definizione kantiana, è non-rappresentativa e “parla mediante mere sensazioni senza concetti”. Le conseguenze di questa premessa sono devastanti per lo status estetico della musica:
- Assenza di Idee Estetiche: Mancando di un contenuto concettuale di partenza, la musica non può “esibire idee estetiche”. Non c’è un concetto (come la “virtù” nell’esempio del poeta) con cui l’immaginazione possa entrare in un gioco fecondo.
- Mancanza di “Spirito” (Geist): Di conseguenza, la musica è priva di Geist, definito da Kant come “quel principio vivificante dell’animo” che consiste proprio nella capacità di un’arte di esprimere idee profonde sull’esistenza umana. Senza idee, non c’è “Spirito”.
- Declassamento a “Piacere”: La musica viene quindi declassata a “più godimento che cultura” (mehr Genuss als Kultur). La sua azione è transitoria, muove l’animo solo temporaneamente e non lascia “qualcosa per la riflessione”. Diventa un piacere dei sensi, affine al “fascino” (Reiz), piuttosto che una vera forma di bellezza.
L’apparato teorico di Kant, pur risolvendo il paradosso per le arti rappresentative, sembra escludere la musica assoluta dal regno della vera bellezza, creando una profonda aporia. Ma allora, come solleva acutamente Thorndike, se “anche un fiore o il canto di un uccello sono privi di contenuto semantico… perché escludere la musica dal regno della bellezza propriamente detta?”. La risposta non si trova nell’estetica, ma nel cuore del progetto trascendentale di Kant.
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4. Conclusione: La Posizione di Kant in Prospettiva Storica e il suo Potenziale Inespresso
L’analisi comparata delle teorie estetiche del XVIII secolo rivela un panorama di soluzioni parziali. La teoria dell’eccitazione e il razionalismo estetico rappresentano due vicoli ciechi, incapaci di tenere insieme la soggettività del sentimento e l’universalità del giudizio. La teoria di Kant, pur essendo di gran lunga la più promettente, si dimostra inadeguata a spiegare il valore estetico della musica assoluta, proprio a causa dei presupposti fondanti del suo sistema.
Le ragioni del fallimento di Kant, come suggerisce l’interpretazione di Thorndike, non derivano da una debolezza intrinseca della musica, ma da due fattori esterni. In primo luogo, vi è l’interesse primario del filosofo trascendentale: il focus di Kant è sulla bellezza naturale come simbolo della finalità della natura, un indizio che il mondo è strutturato in modo armonico rispetto alle nostre facoltà. La musica, in quanto artefatto umano, non può ricoprire questo ruolo metafisico centrale. In secondo luogo, pesa il contesto storico-culturale: Kant non aveva un “ampio accesso alla musica classica” e la sua comprensione di essa era limitata al suo ruolo sociale dell’epoca, associandola non solo alla Tafelmusik(musica da tavola), ma anche a “circoli da tè, gioco d’azzardo, danza e fumo di tabacco”, e non a una forma d’arte autonoma da concerto.
Tuttavia, è proprio nelle pieghe del suo apparente fallimento che si cela il potenziale inespresso della filosofia kantiana. Se liberiamo il concetto di “idee estetiche” e di “libero gioco” dalla sua rigida associazione con lo “Geist” umanistico e concettuale del XVIII secolo, esso si trasforma in uno strumento incredibilmente potente. Diventa così possibile sostenere che la riflessione aperta e il gioco immaginativo non debbano essere necessariamente innescati da un concetto determinato. L’impatto di un singolo evento musicale, non-rappresentativo ma denso di ambiguità e opacità, come il celebre accordo del Tristano, potrebbe fungere esso stesso da punto di partenza per promuovere un “libero gioco della riflessione” ricco e inesauribile, un’esperienza che “fa pensare molto” senza partire da un’idea definita.
In ultima analisi, Kant, nonostante le sue conclusioni restrittive sulla musica, ha involontariamente aperto la “porta verso la modernità” estetica. La sua vera rivoluzione fu rompere con il paradigma della mimesis. Sia la teoria dell’eccitazione (che imita le passioni umane) sia il razionalismo (che percepisce un’imitazione della realtà matematica) sono, in fondo, teorie mimetiche, legate a un modello, come la Affektenlehre (dottrina degli affetti), che presuppone una corrispondenza tra l’arte e il mondo esterno. Spostando il fulcro dell’esperienza artistica dall’imitazione della realtà all’attività riflessiva e auto-referenziale dell’ascoltatore, Kant ha fornito gli strumenti concettuali che le generazioni successive avrebbero utilizzato. Saranno proprio questi strumenti a permettere di comprendere e valorizzare la profonda e complessa esperienza della musica assoluta, riconoscendola non come un mero gioco di sensazioni, ma come una delle più alte forme di espressione dello spirito umano.
L’Accordo di Tristano: L’Enigma Armonico che ha Cambiato la Musica
Introduzione: Un Suono che Segnò un’Epoca
L’Accordo di Tristano è uno degli accordi più famosi e analizzati nella storia della musica. Apparso per la prima volta nelle battute iniziali dell’opera Tristano e Isotta di Richard Wagner, questo singolo evento armonico ha segnato un punto di svolta fondamentale. La sua sonorità ambigua e la sua difficile risoluzione rappresentarono un allontanamento radicale dall’armonia tonale tradizionale, aprendo la strada alle esplorazioni sonore che avrebbero definito la musica moderna del XX secolo.
1. Che cos’è l’Accordo di Tristano?
Nella sua forma originale, l’Accordo di Tristano è composto dalle seguenti quattro note:
F, B, D♯, G♯
La sua struttura intervallare, descritta in termini generali, è quella di un accordo contenente una quarta aumentata, una sesta aumentata e una nona aumentata sopra la nota più grave. Più in generale, il termine si riferisce a qualsiasi accordo che consiste degli stessi intervalli. Sebbene le sue note possano essere riscritte enarmonicamente per formare un comune accordo di settima semidiminuita, la sua vera particolarità non risiede nella sua composizione, ma nella sua insolita e ambigua relazione con la tonalità implicita del contesto musicale in cui è inserito. È questa ambiguità funzionale che lo rende così rivoluzionario.
2. Contesto e Significato: Più di un Semplice Accordo
L’importanza storica dell’Accordo di Tristano risiede nel suo allontanamento deliberato dall’armonia tonale tradizionale, spingendo il linguaggio musicale ai confini dell’atonalità. Con questo accordo, Wagner ha privilegiato la pura sonorità e la struttura armonica rispetto alla sua funzione tradizionale all’interno di una tonalità. Come ha scritto Robert Erickson: “The Tristan chord is, among other things, an identifiable sound, an entity beyond its functional qualities in a tonal organization” (“L’accordo di Tristano è, tra le altre cose, un suono identificabile, un’entità che va oltre le sue qualità funzionali in un’organizzazione tonale”).
Accordi con una struttura simile erano già apparsi in opere di compositori precedenti. Esempi si possono trovare nella Sonata per pianoforte n. 18 di Beethoven e in diverse opere di Chopin, come la Sonata in do minore, op. 4 e lo Scherzo n. 1. Tuttavia, sebbene ambiguità tonali simili a quelle di Wagner emergessero nel tardo Chopin, fu Wagner a “weaponizzare” questa ambiguità. Egli non inventò le note, ma ne sfruttò il potenziale enigmatico per generare un livello di tensione e incertezza che anticipava le tensioni armoniche che avrebbero caratterizzato gran parte della musica successiva.
3. Anatomia di un Enigma: Le Molteplici Analisi dell’Accordo
Dalla sua prima apparizione, l’accordo è stato oggetto di innumerevoli analisi e interpretazioni da parte di teorici e musicologi. Queste analisi possono essere suddivise in due categorie principali: quelle che cercano di dargli una funzione armonica tradizionale (analisi funzionali) e quelle che si concentrano sulla sua struttura interna o sul movimento melodico (analisi non funzionali).
3.1. Analisi Funzionali: Trovare un Posto nella Tonalità
Le analisi funzionali tentano di interpretare l’accordo all’interno della tonalità di riferimento del preludio, ovvero La minore. Le interpretazioni più comuni includono:
- Accordo di Sesta Francese: L’accordo viene visto come una sesta francese aumentata (F–B–D♯–A), dove la nota G♯ è un’appoggiatura melodica che risolve sulla nota A. In questa visione, il G♯ che risolve ascendentemente su La è la seconda di tre dissonanze accentate consecutive che risolvono per semitono.
- Accordo sul Secondo Grado: Diversi teorici, tra cui Walter Piston e Arnold Schoenberg, considerano la sua radice armonica sul secondo grado della scala di La minore, ovvero la nota B.
- Dominante Secondaria: Un’altra interpretazione funzionale vede l’accordo come una dominante secondaria (V/V), che ha sempre la sua radice sulla nota B e prepara l’accordo di dominante di La minore.
- Accordo di Sottodominante (IV): Il compositore e teorico Vincent d’Indy lo analizzò come un accordo costruito sul quarto grado (IV) della scala, considerando le altre note come alterazioni e abbellimenti melodici.
- Anticipazione della Dominante: Secondo il musicologo Jacques Chailley, l’accordo non è un’entità armonica a sé stante, ma un’anticipazione del successivo accordo di dominante. Chailley ha difeso strenuamente questa visione contro le interpretazioni atonali, scrivendo: “Non sono mai riuscito a capire come l’idea assurda che Tristanopotesse essere considerato il prototipo di un’atonalità… abbia potuto guadagnare credibilità”.
3.2. Analisi Non Funzionali: Oltre la Funzione Armonica
Queste analisi si allontanano dall’idea di assegnare una funzione tonale all’accordo, concentrandosi invece sulla sua struttura intrinseca o sul movimento lineare delle voci.
- Analisi Lineare: Teorici come Heinrich Schenker hanno analizzato il motivo interamente in base alle sue componenti melodiche, interpretando le note G♯ e D♯ come appoggiature all’interno di linee melodiche ascendenti e discendenti.
- Insieme Atonale: Il teorico Allen Forte, pioniere della teoria degli insiemi musicali, identifica l’accordo come un “atonal set” (insieme atonale) classificato come 4-27.
- Accordo “Vagante”: Arnold Schoenberg lo ha descritto come un “wandering chord [vagierender Akkord]… it can come from anywhere” (“accordo vagante… può venire da qualsiasi parte”).
3.3. L’Interpretazione Approvata da Wagner: L’Opinione di Mayrberger
Tra le tante teorie, ne esiste una che si dice abbia ricevuto l’approvazione di Wagner stesso: quella del professore ceco Carl Mayrberger. Egli definì l’Accordo di Tristano come uno “Zwitterakkord” (un accordo ambiguo, ibrido, o persino bisessuale o androgino), posizionato sul secondo grado della tonalità. In questa visione, il G♯ è un’appoggiatura, ma la natura ibrida dell’accordo deriva dal fatto che alcune delle sue note appartengono a tonalità diverse: il Fa è controllato dalla tonalità principale di La minore, mentre il D♯ è attratto dalla tonalità di Mi minore.
4. L’Eredità dell’Accordo: Influenza e Citazioni
L’impatto dell’Accordo di Tristano fu così profondo da essere citato, parodiato e riutilizzato da numerosi compositori nelle epoche successive.
- Claude Debussy: Ha citato scherzosamente il motivo nell’introduzione del suo brano per pianoforte “Golliwogg’s Cakewalk” e lo ha utilizzato in modo più serio nella sua opera Pelléas et Mélisande per musicare la frase “je suis triste”.
- Benjamin Britten: Lo ha usato in modo irriverente nella sua opera comica Albert Herring per accompagnare i singhiozzi del protagonista dopo che la sua limonata è stata “corretta” con del rum.
- Bernard Herrmann: Il celebre compositore di colonne sonore ha incorporato l’accordo nelle sue musiche per i film di Alfred Hitchcock, in particolare Vertigo, e per Tenera è la notte.
- Paul Lansky / Radiohead: Il pezzo di musica elettronica mild und leise di Lansky è interamente basato sull’accordo. Un campione di questo brano è stato poi utilizzato dai Radiohead nella loro celebre canzone “Idioteque”.
- Cinema: Il preludio dell’opera, con il suo accordo iconico, è utilizzato in modo prominente nel film Melancholiadel regista Lars von Trier.
Conclusione: Perché l’Accordo di Tristano Risuona Ancora Oggi
L’Accordo di Tristano è molto più di una semplice curiosità armonica; è il simbolo di una frattura, il momento in cui la musica ha iniziato a guardare oltre le regole consolidate della tonalità per esplorare nuovi mondi sonori. La sua tensione irrisolta e la sua profonda ambiguità continuano a catturare l’immaginazione di musicisti e ascoltatori, rappresentando la transizione cruciale verso il linguaggio della musica moderna. Come ha affermato il direttore d’orchestra Christian Thielemann, l’accordo è “la password, la cifra per tutta la musica moderna”, un accordo che “è sufficiente a se stesso”.